Bologna, riapre il caseificio della Dozza: detenuti al lavoro
21/04/2026
Alla Dozza di Bologna il caseificio interno è tornato in funzione e le prime caciotte prodotte dai detenuti hanno già imboccato la strada della distribuzione esterna. Dentro la casa circondariale “Rocco D’Amato” il latte arriva dalla filiera cooperativa Granlatte-Granarolo, viene lavorato in un impianto riattivato e riconvertito, e diventa il centro di un progetto che intreccia lavoro, formazione professionale e reinserimento. A rimettere in moto l’attività sono stati Fare Impresa in Dozza e Granarolo, insieme a una rete di partner del territorio, con il coinvolgimento di istituzioni, volontari ed esperti del settore caseario.
Dal latte alle caciotte, il ritorno della produzione dentro il carcere
Il progetto riparte da un’esperienza avviata nel 2020, ma oggi assume una forma più definita. Il caseificio è stato riattivato scegliendo di puntare sulla produzione di caciotte al posto delle mozzarelle sperimentate in passato, una decisione legata ai tempi di lavorazione, stagionatura e distribuzione, più compatibili con l’organizzazione interna e con la sostenibilità dell’iniziativa.
Il latte viene pastorizzato nello stabilimento Granarolo di via Cadriano e successivamente trasferito all’interno del carcere, dove i detenuti coinvolti nel progetto lo lavorano nel caseificio. Si tratta di un’attività produttiva vera e propria: le persone impiegate vengono assunte e retribuite secondo il contratto nazionale, affiancate da maestri casari, tecnici specializzati e figure dedicate alla sicurezza e al controllo della qualità.
Il risultato non si ferma all’aspetto simbolico. La riapertura del caseificio punta infatti a costruire una filiera stabile, capace di tenere insieme qualità del prodotto e valore sociale, con una presenza già avviata nei canali di vendita che coinvolgono Coop Alleanza 3.0, Camst e gli spacci aziendali Granarolo.
Formazione, tutor e assunzioni: come funziona il percorso
La nuova fase del progetto ha preso corpo nel 2025, con un percorso formativo sviluppato tra luglio e dicembre. In quei mesi sono stati preparati sia i detenuti sia i tutor volontari chiamati a seguirli nelle diverse fasi dell’attività. Complessivamente sono stati formati sei detenuti e diciotto volontari; al momento risultano direttamente impegnati tre detenuti e undici tutor.
La selezione dei partecipanti ha privilegiato persone con percorsi detentivi medio-lunghi, così da consentire un apprendimento completo e la costruzione di competenze spendibili una volta terminata l’esperienza carceraria. Intorno ai lavoratori si muove infatti una rete di supporto composta da professionisti provenienti dal mondo della produzione casearia, della ristorazione e delle professioni tecniche, che mettono a disposizione esperienza e accompagnamento.
Le prime assunzioni sono partite a marzo 2026, mentre nel mese di aprile è iniziata la produzione destinata alla distribuzione. Il lavoro, in questo quadro, diventa una pratica quotidiana fatta di orari, responsabilità, procedure e obiettivi concreti, dentro un luogo che prova così a ritagliarsi anche una funzione di preparazione al rientro nella vita esterna.
L’inaugurazione e il messaggio delle istituzioni
L’inaugurazione del caseificio ha riunito a Bologna il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale, la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari, il sindaco Matteo Lepore e, con un videomessaggio, il cardinale Matteo Zuppi. Presenti anche la direttrice del carcere Rosa Alba Casella, il presidente di Fare Impresa in Dozza Maurizio Marchesini e il presidente di Granarolo Gianpiero Calzolari.
Nel suo intervento, de Pascale ha legato il progetto a una visione precisa del lavoro come strumento di responsabilità e libertà, insistendo sul fatto che non si tratta di un’esperienza marginale ma di occupazione regolare, con diritti, formazione e prospettive. Il senso dell’iniziativa sta proprio qui: trasformare il tempo della detenzione in un passaggio capace di generare competenze utili, ridurre il rischio di recidiva e rafforzare un’idea di sicurezza che passa anche dalle opportunità offerte a chi deve ricostruire il proprio futuro.
Alla Dozza, dunque, la produzione del formaggio diventa anche un test sulla capacità di far entrare l’impresa dentro il carcere con un impianto strutturato, sostenibile e riconoscibile. Sarà la tenuta del progetto, insieme alla risposta del mercato e dei consumatori, a misurare la possibilità di renderlo stabile nel tempo.
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Fabiana Fissore è web editor e creator di contenuti dedicati a lifestyle urbano ed eventi locali. Racconta la città con uno stile fresco e coinvolgente, a stretto contatto con il territorio.